Cos’è lo sbiancamento o bleaching della barriera corallina?

Cosa sta succedendo?

Lo sbiancamento (bleaching) della grande barriera corallina australiana ha portato recentemente molte persone ad interessarsi ad un problema che in realtà avrebbe dovuto essere affrontato in maniera preventiva già da qualche tempo. Le cause principali di questo grave, ma comunque reversibile, fenomeno appaiono essere principalmente l’aumento degli inquinanti atmosferici di origine antropica ed il conseguente innalzarsi delle temperature medie globali. Ciò che non viene di norma posto all’attenzione del pubblico è che il corallo che viene definito “sbiancato”, può teoricamente recuperare la sua normale colorazione, e con essa quindi la sua salute, vediamo perché:

Quasi tutti i coralli costruttori di barriera intrattengono un rapporto di simbiosi mutualistica con le zooxantelle, ovvero delle alghe monocellulari che vivono all’interno del corpo del corallo e svolgono la fotosintesi procurando perciò nutrienti all’animale e donandogli la tipica colorazione brillante. La reazione delle zooxantelle all’innalzamento delle temperature marine è quella di abbandonare il corpo del corallo, infatti basta qualche grado in eccesso per trasformare quello che era un range di condizioni ottimali per queste piccolissime alghe in un ambiente invivibile. Questo abbandono della componente vegetale lascia l’animale, che non riceve più il giusto apporto di nutrienti, in uno stato di sofferenza che lo porta conseguentemente ad ammalarsi ed a perdere la sua colorazione. Il ritorno alla condizione simbiotica con le zooxantelle è però possibile come abbiamo già accennato in precedenza. Infatti, un ri-raffreddamento graduale delle acque marine fino alla condizione termica iniziale porterebbe queste piccole alghe a colonizzare nuovamente il corpo dei coralli ed a ristabilire così la salutare simbiosi.

Il problema che si pone al giorno d’oggi non è quindi strettamente legato all’innalzamento delle temperature marine, ma piuttosto all’impossibilità di regredire a quella che era la condizione termica ottimale in un lasso di tempo relativamente breve. L’attuale sbiancamento dei coralli non è perciò da intendere come un punto di non ritorno, ma più come il sintomo gravissimo di un’ epidemia in corso, alla quale si potrebbe però porre rimedio limitando in maniera drastica le quantità di inquinanti immesse nell’atmosfera, e tutelando la porzione vivente (meno dell’85%!!!) di questo importantissimo ecosistema attraverso degli interventi mirati al recupero ed alla salvaguardia della biodiversità.

Lo scorrere del tempo in questo caso costituisce purtroppo un arma a doppio taglio, in quanto le attuali previsioni affermano che il punto di non ritorno per questa condizione di progressivo sbiancamento dovrebbe essere raggiunta intorno all’anno 2050, quindi di tempo per rimediare effettivamente ce ne sarebbe, ma purtroppo le condizione termiche attuali e dei prossimi anni non sembrano essere destinate ad invertire il trend che ci sta portando al progressivo surriscaldamento del globo. Non ci resta quindi che sperare che i governi iniziino al più presto a considerare queste problematiche ambientali come una priorità.

Ogni barriera corallina è formata principalmente da carbonato di calcio, il sale che viene secreto dalla maggior parte delle specie per formare l’esoscheletro all’interno del quale l’animale vero e proprio vive, e dal quale si estroflette per procacciarsi nutrimento. Col passare del tempo gli individui si riproducono asessualmente e si moltiplicano formando così quelle immense colonie in continuo accrescimento che vanno a costituire le barriere chilometriche osservabili in diversi luoghi del pianeta. Da qualche giorno diverse testate giornalistiche nazionali ed internazionali, anche molto importanti, stanno pubblicando articoli relativi alla morte di gran parte della grande barriera corallina australiana, ma in realtà le cose sono leggermente differenti. Colpita implacabilmente dal cambiamento climatico e dalle crescenti temperature ambientali la barriera corallina non è di certo sana. Da si sente parlare del fenomeno dello sbiancamento dei coralli e dei rischi che questi corrono minacciati da due dei principali e più diretti effetti dell’inquinamento umano: l’aumento di anidride carbonica e di temperatura.  Troppo spesso però si rischia di cadere nella cattiva informazione (sia essa incompleta, sbagliata o dal contenuto esagerato), con la conseguente possibilità di sottovalutare o esasperare alcune notizie di reale importanza, scientifica o non. E’ quindi più che mai necessario raccogliere informazioni e fare chiarezza, soprattutto su tematiche estremamente complesse e delicate come l’inquinamento ambientale e, in particolare, la gravissima moria di coralli di cui ormai si parla da anni.

Facciamo chiarezza.

Il corallo è un animale con una struttura corporea relativamente semplice, simile a quella delle meduse, che vive però l’intera sua vita adulta posato sul fondale. A seconda della specie può secernere uno scheletro di carbonato di calcio in cui vivere, che ha lo scopo di sostenere e proteggere il singolo animale racchiudendone il corpo, da cui però può comunque estroflettersi per potersi nutrire. barriere coralline (o reef) sono state formate dagli scheletri di questi animali, i coralli costruttori, che nel tempo, per mezzo di un continuo accrescimento e di un tipo di riproduzione asessuata  (chiamata buddling) che permette di creare grandi colonie formate da individui identici, possono andare a formare anche “muri” chilometrici come appunto quello della grande barriera corallina australiana. Ogni barriera è da considerarsi viva fintanto che il corallo che la costituisce rimane vivo e con esso tutte le forme animali che vi instaurano rapporti di simbiosi, lo usano come nutrimento o come rifugio. I coralli sono fondamentali  e sono la base della vita di ogni mare, una barriera morta significa che tutti i pesci, crostacei o molluschi che ci vivono non avranno più di che sostentare e spariranno insieme ad essa.

L’esponenziale e documentato aumento degli inquinanti di origine umana, ha fatto si che ci fossero anni interi con temperature assolutamente superiori dal range stagionale che hanno provocato sbiancamento di ampissime zone della barriera corallina. Dopo gli incredibili anni di caldo del 1997 e del 2002, il 2016 è stato un anno dalla temperatura  più distruttiva per i coralli della barriera australiana e con una ricerca pubblicata su Nature, Terry Hughes del Consiglio per gli studi sul reef australiano, ci da un’idea dell’entità del dato: oltre l’85% dei singoli reef australiani analizzati era sbiancato.

Significa che la più grande barriera corallina del mondo è irrimediabilmente morta?

No, non ancora almeno. Queste ampissime zone di barriera fortemente malate o totalmente morte, danneggiate negli anni dallo sbiancamento, possono riprendersi, ricolonizzare o generare nuovi individui nel giro di una quindicina di anni se le temperature si mantengono nella norma. Purtroppo però, queste ondate di caldo sempre più lunghe, sempre più frequenti e sempre più distruttive non accennano a diminuire. Le dosi di inquinanti già immesse in atmosfera e quelle che si prevede verranno immesse, portano ad ipotizzare uno scenario in cui i reef non avranno più modo di recuperare, subendo fenomeni di sbiancamento irreversibili e giungendo alla morte definitiva dell’intera barriera. L’unico modo per poter arginare questo fenomeno (che si prevede raggiungerà un apice nel 2050) non è solo diminuire più che drasticamente le quantità di inquinanti in atmosfera, ma anche andare ad intervenire direttamente sulla tutela ed il recupero di questo ecosistema fondamentale per la vita dell’intero oceano, salvandolo da una morte più che mai vicina. E voi cosa ne pensate?

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